I saldi ai tempi del Covid

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I saldi in un negozio, soprattutto se medio-grande e se in un centro commerciale, si possono definire in un solo modo: il delirio. Come lo so? perché nei tempi di magra, tipo queste settimane, ogni tanto ci lavoro saltuariamente (ovvero quando e se mi chiamano, di solito minimo il giorno prima).

Lavorare in un negozio di quel tipo non c’entra niente con l’amore per la moda, ma è più uno sport agonistico. Ovviamente, è questione di abitudine e il quinto – sesto giorno le gambe iniziano a non farti più così male. Un negozio così è una macchina da guerra dove ogni ingranaggio deve funzionare, non è solo stare lì, sorridere ed essere gentile, anzi. Prima di tutto la merce, ovvero l’insieme degli innumerevoli vestiti che i clienti poi toccano, provano, stropicciano e – o abbandonano in camerino, non si trasporta magicamente da sola “in esposizione” ma deve essere tolta dal magazzino e dagli scatoloni, prezzata, ingruccciata, piazzata nell’espositore corretto e poi rimessa a posto.

Tutto in un loop infinito.

A proposito, se vedete una “addetta vendita” stracarica di vestiti “Scusi posso chiederle….” Ecco magari non è la frase giusta. Primo perché dietro a quel cumulo di grucce c’è un essere umano che vorrebbe posare i vestiti prima del crampo al braccio. Secondo, perché se vuoi un’assistenza da boutique si va in in boutique, se si vuole comprare una maglietta a 3.99 è anche il caso di cercarsela da soli.

Tra le cose che mi sono state chieste: “Avete solo quei jeans? Indicando un solo espositore in un negozio enorme. Ma magari, gioia gira un attimo lo sguardo oppure “Avete un vestito nero semplice?” o anche “Avete ancora quei pantaloni, non mi ricordo bene come, solo che erano neri con una catena?” (Questi sì, li ho trovati). Il capolavoro: “Ah quindi i suoi colleghi ne sanno più di lei che è qui e sta lavorando come loro?” (Sì, magari sono i primi giorni e loro vengono anche pagati più di me o magari non è il momento per darti retta).

Prima di Capodanno non si contavano le ragazzine che volevano “un vestito per l’ultimo” e ho trattenuto a fatica l’istinto di rispondere “Ma dove vuoi andare con la variante Omicron?” e suggerire una tuta.

Non ho parlato della cassa perché è un luogo sacro, riservato solo a chi ha più esperienza perché implica pur sempre maneggiare dei soldi, contarli e riporli.

Covid? Non pervenuto

A parte le mascherine (anche qui non capisco perché non ci sia un obbligo di FFP2) e il separatore di vetro alle casse, si svolge tutto come nel pre-Covid.

Vi ricordate quando non si poteva toccare la merce nei negozi e i vestiti venivano sanificati prima, dopo e durante (scherzo) le prove? Quando si poteva entrare in minimo n. persone a seconda dei metri quadri dei negozi?

Personalmente, ero abbastanza felice del contingentamento anche per il mercato all’aperto, mi ispirava un senso di serenità. Che cosa abbiamo imparato da quello sprazzo di civiltà? Assolutamente nulla.

Adesso tutti che toccacciano tutto con grande nonchalance, si ammassano nei negozi (e anche nei camerini) come se lì non fosse a rischio Covid, come se il distanziamento non fosse lì per un motivo. “Posso entrare con (in genere) mia figlia-o?” NO, NO CHE NON PUOI perché se non lo avessi notato assembrarsi in un corridoio stretto di questi tempi sarebbe sconsigliato . “Ah allora aspetto qui fuori”. Ecco direi.

Il centro commerciale come concetto

Al di là dei vestiti, parliamo proprio del centro commerciale come spazio architettonico.

Non vi sembra che sia estraniante stare chiusi in un ambiente senza finestre sull’esterno, con colori e luci studiate per far perdere la cognizione di tempo e spazio, ovviamente con musica onnipresente, senza mezza pianta, due fiori, uno spazio che faccia intravedere il cielo.

Vorrei aprire una parentesi nello specifico sul nuovo e osannato Citylife. Mi chiedo: solo a me ricorda l’interno di un aeroporto e nello specifico di Orio al Serio?

Altro tema: l’altro giorno, dall’alto della scala in magazzino fissando come in trance il soffito de pensavo… chissà come funziona il sistema di ventilazione? Com’è la qualità dell’aria nel negozio e nel centro commerciale? Poi mi sono ripresa e ho ricominciato a mettere i prezzi.

Nel pieno della pandemia ho intervistato un architetto che vive in Australia che stava facendo un progetto di ripensamento degli spazi urbani alla luce della pandemia, convinto che non sarà la prima che vivremo.

Magari si potrebbero anche ripensare i centri commerciali, renderli meno estranianti, più vivibili o ci importa solo del parcheggio facile?

Con questo non voglio essere snob, perché ovviamente sono comodi, per quanto mi principalmente perché :è tutto a portata di mano, si trova appunto facilmente parcheggio e danno quel senso di “posto sicuro” anche se artefatto.

Ultimamente, però, forse dopo averci passato otto ore mi è venuta voglia di una bella passeggiata in centro di una città qualsiasi. Pensavo alle camminate che facevo (oramai troppi anni fa) quando ero in Erasmus Madrid, la domenica tornando a casa da un qualsiasi “pranzo lungo” a casa di amici (menù prettamente indiano ma questa è un’altra storia).

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